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18 settembre 2017

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Storie di impronte di persone e città

3 giugno 2004

Nel museo Pascali di Polignano l’intrigante «personale» di Claudio Cusatelli. Trame di colore graffito evocano avventure individuali e collettive.

di Pietro Marino

«Nabil», un’opera di Claudio Cusatelli

«Nabil», un’opera di Claudio Cusatelli

E’ una emersione importante da un lungo seppure operoso silenzio, la personale di Claudio Cusatelli nel Museo Pino Pascali a Polignano a Mare. Bene ha fatto la direttrice del Museo, Rosalba Branà, ad organizzarla, aldilà delle motivazioni di sodalizio nel gruppo Zelig e della comune scelta di vivere nell’abbazia di San Vito. La mostra infatti recupera la presenza pubblica dell’artista barese, ora che si avvia verso i fiorenti 50 anni, ad un livello di impegnata complessità. Attrae da sempre la tecnica di Cusatelli per la precaria eleganza: pastelli a cera di brillante timbro cromatico, da cui le immagini affiorano per raschiamenti, abrasioni, piccole ustioni. Una pittura, insomma «per via di levare». Ma l’inquieto décor dei graffiti è ora al servizio di intrighi concettuali. L’artista ingrandisce in pittura impronte delle sue dita o della mano (raramente di altri: vedi l’imprimitura delle labbra di Baba, la sua compagna) come tracce di identità attribuita a persone mai viste e conosciute, nomi estratti dall’anonimato casuale della cronaca.

Città e corpi

1 maggio 2004

di Dino Borri

Qual è il fil rouge che lega le città di Addis Abeba, Bucarest, Calcutta, Gerusalemme, New York con il suo Bronx, Sofia, Timisoara, o la Palestina di una band multietnica, e il planisfero? Cosa lega, in vari toni di arancio, blu, indaco, grigio, rosa, rosso, verde, viola, le trame urbanistiche doppie, insieme geometriche e organiche, di Addis e di Calcutta, la geometria irregolare di Bucarest e quella implacabile di New York, le scacchiere di Sofia e di Timisoara, o – quasi in un gioco notturno cinese – le ombre dei continenti dei mondo, alle impronte di mani, scarpe, bocche, di Ayele Kidan, Chandra Shabvala, Mattei Gheorghiu, Roy Thompson, Martina Zivkova, Jancu Petrescu, Nabil, dei cinque di Zelig?

Città

1 maggio 2004

Tratto dal catalogo “Imprinting” di Claudio Cusatelli, 2004

di Gianrico Carofiglio, scrittore e magistrato.

“Mi scusi, posso farle una domanda ?”
Quasi sobbalzai. Aveva parlato senza girarsi – solo in movimento appena accennato dal capo – e senza preavviso. l’accento era impercettibilmente straniero. E lei era bella, con gli zigomi alti, un naso largo che le dava anche un’aria decisa e simpatica, i capelli lunghi e scuri.
“Prego”
Prego. Una vita che giuravo a me stesso che non avrei mai più usato quell’espressione, assieme a salve, buondì e altre schifezze del genere.
“Vorrei sapere il nome del suo profumo.”
“Il mio profumo?”
Sorrise leggermente. La testa si girò ancora un po’ verso di me. In un modo strano però.

Il passo dell’elefante

23 gennaio 1994

di Gabriele Perretta.

Alla base del linguaggio pittorico di Claudio Cusatelli sta una condizione di produttiva mobilità. Il soggetto agente del fare pittorico compie continue escursioni nello spazio della tela. In tal modo la nozione di passaggio inizia una metamorfosi radicale, disponendosi oltre il quadro per entrarvi dentro orizzontalmente come ambigua ispirazione dei rapporti tra soggetto e mondo.
Il senso è ormai la cosa meno condivisa della pittura, ma la questione del senso della pittura è ormai il destino del suo linguaggio, senza riserve né scappatoie possibili, dice Jean-Luc Nancy in un suo brillante passaggio sul pensiero finito dell’arte. La pittura è quella zona del linguaggio che è più vicina all’essere, in “maniera tale che ogni volta si tratta dì una singolarità finita” (Un pensiero finito, a cura di Luisa Bonesio, Marcos y Marcos. 1992 pag. 7-24-61).
Di fronte alle cose che accadono, intese come eventi irriducibilmente singolari e dotati di una lingua che ha una struttura superiore e più complessa rispetto alla pittura, un pensiero ed un’azione artistica così semplice, quale è l’attività del colore sulla tela, deve riconoscere i propri limiti e prendere atto della fine dell’arte e della pittura come inizio di un esercizio che è al limite di un compito etico.